L'Arte Internet l'Altro
by: MSGDIXIT
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Heidegger
scrisse che “[…] l’arte è una cosa cui è successo qualcosa”… Ecco, sono
uno che fa succedere qualcosa alle cose. D’altronde anche quando
chiesero a Marcel Duchamp (probabilmente il vero papà dell’arte
odierna) cosa facesse, trovando difficoltà, come me, a rispondere,
disse qualcosa tipo: “Non saprei dire cosa faccio. Suppongo si possa
dire che passo il tempo respirando. Sono un respiratore”.
Ecco, forse così è meglio: “Sono un respiratore!”…
Movimento
elementare che rimanda all’essenzialità della vita, ma non solo: anche
ritmo, a volte regolare a volte sincopato, ma sempre dicotomico:
inspirare e espirare: due poli di una stessa verità che ha bisogno
comunque di accogliere il suo contrario per esistere. E chi, più di un
artista, pardon… di un respiratore, si aggira nei territorio del
poetico e del simbolico “in cui il sì e il no delle cose sono parimenti
credibili” ? Chi più di un artista-respiratore si ispira e, dopo aver
inspirato, espira, espia, ripara, con le sue Opere, alle brutture, sue
e dell’uomo in genere?
Inspirare e espirare è movimento
evidentemente al centro del concetto di condivisione e trova nell’arte
la sua naturale metafora e nell’artista il suo traduttore antropologico.
L’artista-respiratore
inspira, infatti, dal mondo le cose e le fenomenologie che muovono le
cose, e le espira facendo succedere, a quelle cose, qualcosa. È una
specie di albero che affonda le sue radici nella terra e nella storia
e, attraverso un processo non dissimile dalla fotosintesi, dà nome e
forma alla natura informe facendosi intermediario tra i suoi regni e il
regno della cultura che si alimenta di queste opere di intermediazione.
In questo senso la Conoscenza è, prima di essere ogni altra cosa, un
atto immaginativo e creativo che trova nell’Opera (non per forza
d’arte, ma qualsiasi Opera) la sua manifestazione e nell’uomo come
essere immaginario il suo medium. Per questo Joseph Beuys dirà che
“Ogni uomo è un artista”, ossia un essere immaginario (almeno
potenzialmente), intimamente spirituale e creativo, e per questo ogni
riflessione che tenti di sintetizzare quegli attraversamenti, sempre
complessi che si ascrivono al “Conoscere”, non può non circumnavigare,
sezionare, setacciare lo specifico di queste ispirazioni e espirazioni
in cui l’Opera si as-solve e, al fine, si ri-solve.
Dunque, sono
un artista, e lo sono ne più ne meno di qualunque bipede esemplare
della specie umana. Ma non solo. Sono anche un respirante che tenta di
fruire delle molteplici metafore che giungono dal respiro dei
respiratori. Troppo spesso, infatti, si dimentica -o forse vi si presta
solo poca attenzione- a come ogni ispirazione dell’artista-respiratore
non potrebbe riempirsi di significato e assurgere al sociale e al
culturale se all’uomo-immaginante, all’uomo artista, non si coniugasse
il suo necessario contraltare, il fruitore: quel “Altro” attraverso il
cui sguardo l’Opera, l’immaginato, scende dal piedistallo del
solipsismo e si fa materia disponibile. L’Opera, quale testimone della
Conoscenza, è sempre, cioè, un processo di intima condivisione tra
almeno due individui in relazione: uno che immagina e l’altro che
accoglie quell’immaginazione e gli dà esistenza.
Quando parliamo
di “Condivisione della Conoscenza” di “Società della Conoscenza” ci
troviamo, quindi, fin da subito, di fronte a due latenze che
necessitano di essere esplorate e portate in luce, affinché la
condivisione sia davvero tale e non semplicemente l’ennesimo mito della
contemporaneità.
Il fatto che tali latenze si trasformino, il
più delle volte, in vere e proprie rimozioni, per quanto risultato di
diversi fattori, può però essere ricondotto, in buona sostanza, ad una
difficoltà più profonda: quella di riconoscere l’Altro come parte
essenziale nella costruzione mai finita della propria identità (o della
propria Opera, semmai ci fosse differenza); di riconoscere sempre e
comunque l’Altro come colui che mi è (come l’Opera) maestro,
semplicemente per il fatto che, mio simile/diverso, se lo guardo non
solo mi ri-guarda (doppio movimento che contempla l’idea di cura e
attenzione mia all’Altro e, insieme, il fatto che l’Altro, guardandomi,
a sua volta mi riconosce come suo simile/diverso), ma anche che,
attraverso il suo sguardo, anch’io mi guardo, mi ci scopro riflesso. Si
tratta, insomma, di quell’ineludibile mutuarsi che caratterizza
(consapevolmente o meno) ogni relazione, poiché solo nello iato che si
crea tra me e l’Altro si avvicenda, colmandolo, la possibilità di
conoscere, ossia di mutarsi o, ancora una volta, di far succedere
qualcosa a quella cosa (a quell’Opera) che sono.
In questa
complessa relazione di intima corrispondenza che si genera nel
movimento conoscitivo, emerge dunque e sopra a tutto l’inevitabilità
della relazione quale elemento che comunque sottende ogni condivisione
tra umani e, di riflesso, l’irriducibile dimensione educativa che,
volenti o nolenti, sempre vi si insinua.
Eppure, quando si parla
di “Condivisione della Conoscenza” e della società che discenderebbe
dalla rivoluzione delle nuove tecnologie, quasi sempre si elude che
ogni Conoscenza è il risultato di una condivisione, che non c’è
condivisione senza relazione e che, ogni relazione, implica, in qualche
modo, un incontro educativo.
In tutta l’Agenda di Lisbona, come in
gran parte del dibattito, per quanto articolato e diversificato per
temi e riflessioni, sull’ecosistema digitale: “Relazione”, “Educare”
sono vocaboli probabilmente sottesi ma, di fatto, omessi, inespressi.
Tutt’al più si parla genericamente di “Formazione” ma sempre -cito, più
o meno, dall’Agenda stessa- per: “[…] insegnare agli studenti e al
personale delle imprese l’uso delle tecnologie dell'informazione”,
secondo questi obiettivi: tutte le scuole devono essere connesse a
Internet entro il 2001; tutti gli insegnanti devono essere formati
all’uso di Internet e delle risorse multimediali entro il 2002; sempre
entro il 2002 deve essere garantito ovunque il pubblico accesso ad
Internet o ai centri di Conoscenza, con formazione gratuita in loco;
mentre entro il 2003, deve essere portata a termine l’alfabetizzazione
digitale di lavoratori e studenti che lasciano la scuola e, entro il
2005, di tutti i cittadini.
Ora, al di là dell‘insensato
ottimismo di una tale timing, nessuno può evidentemente obiettare della
bontà di questi obiettivi. Quando si parla di “Società della
Conoscenza” di ““Condivisione della Conoscenza” ”, si parla
giustamente, anzitutto, di questo, ma si corre al contempo il rischio
-dicevamo- di ridurre le potenzialità di ciò che evoca l’immagine di
questa “Condivisione” e di questa ideale “Società”, riducendone,
contemporaneamente, le complessità e, quindi, di fatto, rischiando di
ignorarne le problematicità profonde, fino a mancarne l’obiettivo.
È
indubbio che “Condividere la Conoscenza” sia qualcosa di più del
semplice avere gli strumenti per farlo. Gli strumenti, infatti, sono la
premessa affinché la condivisione sia possibile, ma per far sì che tale
condivisone avvenga per davvero, affinché si possa davvero parlare di
una “Società della Conoscenza”, è indispensabile la volontà di mettersi
in relazione all’Altro per condividersi, e la consapevolezza di farlo
conoscendone i vantaggi sia sul piano individuale che sul piano
sociale. Insomma, appare non solo esageratamente ottimista pensare di
poter edificare una “Società della Conoscenza”, esclusivamente esigendo
una -per quanto fondamentale- più adeguata legislazione, o una serie di
strumenti per connettersi in rete, ma segnala anche una rimozione
profonda che rischia di negare qualsiasi autentico accesso alla
condivisione. Il lavoro di regolamentazione, il dispositivo
tecnologico, non possono, cioè, non essere associati ad un parallelo
investimento pedagogico in grado di svelare queste latenze
accompagnandoci all’assunzione di nuove consapevolezze e nuovi
comportamenti, affinché l’auspicabile “Società della Conoscenza” non si
riduca ad una Società della Tecnologia o, la massimo, della Scienza.
L’idea
di una pedagogia ansimante sul letto di morte che trascina nel suo
oblio qualsiasi riferimento ad una ormai impronunciabile istanza
educativa lasciando il campo ad una più apparentemente dinamica
“formazione”, non è certo cosa nuova; già Riccardo Massa nel lontano
1987 provava a spiegarne gli assunti quali segnali di un’epoca e delle
sue mitologie.
Ma da allora la questione si è fatta -se è
possibile- decisamente più drammatica e, insieme alla sempre più
vistosa distanza che le istituzioni formative hanno via via preso di
fronte ad ogni urgenza educativa (di cui non mancano certo i segnali),
il personal computer prima e Internet poi, hanno persino dato forma
alle mitologie del tempo, liberandole dal puro dogma e incarnando
l’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di
sopravvivere di pura in-formazione, supportato da una tecnologia
dell’istruzione apparentemente, ma solo apparentemente, per tutti... In
questo senso, l’assenza della dotazione educativa dal dibattito sulla
“Società della Conoscenza” non è che la riprova di quella rimozione cui
Massa guardava, chiedendo, già allora, di coglierne il significato
nascosto.
Non si vuole certo qui demonizzare il computer e le
sue abnormi potenzialità evolutive; ma anzi, proprio porre un segnale
di attenzione affinché ogni scenario di liberazione e diffusione della
Conoscenza si riveli davvero tale e la montagna non finisca, come
spesso accade nella storia umana, per partorire il topolino.
La
velocità con cui le nuove tecnologie investono e dissolvono i vecchi
paradigmi di riferimento finirà, con buona pace di tutti, per
concretare davvero questa benedetta “Società della Conoscenza” (forse
anche in Italia…), il problema sarà però capire chi avrà, a quel punto,
come suoi cittadini e quale sarà il concetto di Conoscenza cui si
riferiranno. Il pericolo che mi pare incombere è quello di una società
tecnocentrata e tecnocratica dove, ad un’elite di esperti conoscitori
della rete e delle sue modalità di accesso, si sommi una maggioranza
più o meno perduta tra un sito pornografico e il video di un idiota che
su Youtube si prende il suo quarto d’ora di celebrità schiacciandosi i
testicoli in una pressa idraulica; ma entrambi prede di un fulgore di
fallace onniscienza e orfani del processo immaginario-costitutivo che
definisce le modalità profonde con cui la Conoscenza si produce e gli
aspetti relazionali attraverso i quali si condivide e si diffonde.
Chi
passa, come me, il tempo respirando e sa che questo suo respirare per
avere un senso deve necessariamente entrare in relazione con l’Altro,
conosce gli ostacoli profondi che la contemporaneità frappone tra due
soggetti in relazione e la loro possibile ““Condivisione della
Conoscenza” ”, ostacoli che le nuove tecnologie potrebbero contribuire
a farci superare ma che, ad oggi, in assenza di un’efficace
consapevolezza pedagogica, sembrano solo esasperare.
Mi riferisco in
particolare alla sempre più marcata inettitudine allo stupore e alla
meraviglia, soprattutto nelle nuove generazioni cui ogni miracolo
tecnologico sembra il risultato scontato di un presente incapace di
guardare al futuro attraverso gli scenari della fantascienza; la
disabitudine all’immaginazione, causa dell’iperinquinamento di immagini
cui siamo sottoposti, immagini “[…] prive della necessità interna che
dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato,
come forza di imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati
possibili” ; la resistenza all’espressione irrazionale, segnata da una
scuola che, al massimo dei suoi sforzi, riesce ad accedere ai labirinti
dell’arte con quella cosa improbabile che è l’educazione all’immagine…
Ma sopra a tutto, anche quando, con opportuni dispositivi, si riesce a
portare l’Altro sul confine dell’atto creativo e immaginale, la domanda
che inopportunamente sempre precede l’urgenza passionale è: “E se me la
rubano?”: l’idea, l’Opera, il manufatto, l’intuizione e -seppur
metaforicamente- l’anima, o se volete ridurne la portata, laddove
l’arte ci accompagna nei territori della cura, il sintomo.
“E se
me la rubano?”. Domanda giustificabile ma, in qualche modo,
illegittima, che contraddice la stessa idea di Conoscenza. Non c’è
infatti Conoscenza che non sia il risultato di una Conoscenza
pregressa. La Conoscenza contempla, di fatto, sempre il “furto” (se
così vogliamo dire) di qualcosa e poi la sua trasformazione –per questo
si apparenta maledettamente con l’arte. La domanda “E se me la rubano?”
è quindi il sintomo di una società ben lontana dal significato di
Conoscenza e assolutamente disgiunta dalla possibilità di condividerla.
Il problema, semmai, è capire per quale motivo sia sempre più semplice
condividere la Conoscenza, quando questa è la “Conoscenza dell’Altro”.
Quando invece è in gioco il proprio mettersi in condivisione, il
proprio condividersi, e si annusa fino in fondo che per condividersi
bisogna in qualche modo dividersi con… tutto si fa drammaticamente più
difficile e sorge la domanda “E se me la rubano?”… È qui, allora, che
deve entrare in gioco l’elemento educativo, l’accompagnamento
pedagogico.
Ed ecco, quindi, la proposta, nei termini di percorsi
capaci di interagire, anzitutto con le nuova generazioni, attraverso
progetti che sappiano mostrare come ogni dividersi con… si trasformi,
nell’ambito della Conoscenza, in una strana divisione che amplifica
anziché sottrarre.
Sono un respiratore e ho da tempo individuato
la cifra di questi percorsi nel grande contenitore gnoseologico
dell’arte cercando in ogni Opera di lavorare all’emersione di quella
strettissima affinità che lega il fatto artistico e l’uomo (qualsiasi
uomo) con la sua sete di assorbire, produrre, e condividere Conoscenza;
cercando di palesare, non solo che il fatto artistico è la conseguenza
di una Conoscenza condivisa, ma che non esiste fatto artistico laddove
manca la condivisione.
Ogni oggetto dell’arte viene, per così
dire “in luce”, attraverso la condivisione di una molteplicità di
sguardi che si condividono l’oggetto stesso, latore di Conoscenza. C’è
lo sguardo dell’artista che cattura l’oggetto decifrando gli oggetti
che gli giungono dal mondo e ad esso restituendoli in quella forma
nuova e inaspettata che chiamiamo “Opera”, ma c’è anche lo sguardo del
fruitore che, di fatto, porta l’Opera ad esistenza, dando vita allo
snodo di una rete neurale in grado di raccogliere e canalizzare gli
stimoli dell’Opera, trasformandoli in consapevolezze e traducendoli in
costumi ed azioni che ricadono su uno degli infiniti territori della
realtà, modificandola.
È in questo senso che la rete somiglia
molto all’arte e che l’arte potrebbe essere, per la rete, il suo libero
codice naturale capace di liberare tutti i codici che vi si annettono;
a patto che, oltre a presentarne le forme (come già accade), ne disveli
i processi che costituiscono il “fare arte”, con opportuni dispositivi
capaci di facilitare la condivisione profonda dei saperi, facendosi
metafora di quella auspicabile “Società della Conoscenza” in cui, con
rispetto e sempre meraviglia, partecipare, insieme, a quella Grande
Conversazione dove gli uomini, animati dalla loro fantasia e dai loro
saperi, creano nuovi mondi e nuovi uomini.
Massimo Silvano Galli - www.msgdixit.it
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