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COY ECCE HOMO (Storie di un operatore umanitario)

by: giorgiotrombatore
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COY ECCE HOMO (Storie di un operatore umanitario)

LE NOVE MUSE

In Coy Ecce Homo c’è il desiderio di raccontare la vita trascorsa in paesi dilaniati dalla guerra civile dove il protagonista, ancora esaltato da visioni dannunziane ispirate al culto della forza e della vitalità, si ritrova in mezzo a tribù selvagge e clan mafiosi, come quello dei Balcani. Queste esperienze toccano fortemente l’animo inquieto dell'autore il quale, vivendole, tenta di esorcizzare l’attrazione morbosa che la morte esercita su di lui.

In Africa sarà per gli africani il muzungu, l’uomo bianco che, da un lato, intreccia con i guerriglieri della Renamo un illecito contrabbando di pelli di animali e dall’altro combatte per migliorare le condizioni di vita dei guerriglieri nei campi gestiti dalle Nazioni Unite per la smobilitazione delle truppe. Dal Mozambico si recherà, come responsabile doganale per gli aiuti umanitari post-genocidio, nel Ruanda dove, oltre all’impegno professionale, organizzerà un traffico parallelo di merci clandestine per i ragazzi orfani. La linea di demarcazione tra lecito e illecito è una costante nella vita del protagonista del libro. Seguendo da vicino le guerre che hanno scosso il mondo negli ultimi vent’anni, egli è cresciuto in fretta e da ragazzino è diventato uomo. Il suo animo subisce gli sconvolgimenti delle realtà dove egli vive e lavora e in mezzo a quei combattenti, di ogni colore e nazione, ritrova un’esistenza mistica, ispirata alla pittura di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

 

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DA PARTE DEL DOTT. CARLO ROMEO

 

Ho incontrato Giorgio in Darfur. Vivevamo tutti quanti in una piccola struttura bianca e azzurra in muratura con due container e un muro di cinta. Accanto al portone sotto una copertura un asino ormai praticamente domestico sorvegliava con aria perplessa i suoi colleghi meno fortunati che tiravano a fatica carretti improbabili. Li cavalcavano ragazzini neri che quando vedevano la faccia peraltro rara di un europeo cominciavano a usare  come matti il bastone sui loro animali. Qualcuno di noi si arrabbiava con loro per quella violenza infantile e inutile anche se sapevamo che non serviva a niente arrabbiarsi, che quei ragazzini dovevano solo dimostrarci che c’era qualcuno sotto di loro, che potevano disporre anche loro di qualcuno, fosse pure il somarello rintronato da quelle improvvise legnate, che non erano insomma l’ultimo anello della catena gerarchica di Nyala. La capitale del Sud Darfur in quell’enorme piccolo continente che è il Sudan è nera, araba, oriente, deserto al tempo stesso. Niente alberghi, dei tricicli a motore fanno da taxi per i ricchi e non è raro veder squartare una capra lungo la strada principale. Intorno i campi dei profughi, all’orizzonte la montagna dove si organizzano i ribelli, nelle pieghe della città lo sguardo di quelli che sappiamo diventare in certi momenti i Janjaweed, i diavoli a cavallo utilizzati dal governo per piegare la popolazione nera in quella che l’Onu ha definito la maggior catastrofe umanitaria in corso.

Giorgio a Nyala sembrava a casa sua. Ero arrivato con Stefano Belardini, uno dei più capaci ed esperti giornalisti operatori del Tg1 ma sopratutto una delle persone migliori che mi sia capitato di incontrare. Stefano era stato poche settimane prima a Nyala e già conosceva la realtà. Io invece tornavo in Africa, nel deserto, dopo venti anni e mi sembrava un ritorno a casa. Ogni persona che è stata anche solo una volta, che ha vissuto per un minuto o un anno veramente l’Africa - non quella dei villaggi turistici, per intendersi, o degli alberghi di lusso – sa che da quel momento ha due patrie, la sua e l’Africa. Per Giorgio questo è ancora più vero perché la sua prima patria è l’Africa dove si muove come un bianco che non ha paura di essere se stesso ovunque, che vive ogni angolo di strada come fosse quello dove è nato o dove potrebbe morire.

Abbiamo passato insieme, molti giorni. E’ stato quello che ci ha consentito di parlare e di ascoltare, di capire quanto stava accadendo in Darfur. Sulle prime la diffidenza nei confronti di quelli che arrivano da Roma, di quelli che fanno i giornalisti  e quindi non si preoccupano di capire ma di trovare contesti dove specchiare la loro presenza, lo condizionava un po’. Ci guardava per vedere come avremmo reagito a quel mondo che non era il nostro. Il suo è stato un esame non facile ma che per lo meno si è concluso con una strada comune, cosa che nel deserto conta quanto una amicizia anche se dura di meno. Siamo saliti insieme sullo Jabel Marra, dove i ribelli cercavano persone di cui potersi fidare. Siamo entrati nei palazzi del potere, abbiamo lavorato insieme per formare il personale della radiotelevisione di stato a Nyala, abbiamo vissuto con giornalisti e tecnici e personale amministrativo, abbiamo persino partecipato ad una trasmissione in cui il banchetto di addio che avevano organizzato per noi era il clou del programma. In quell’occasione fu Giorgio a rendere possibile il mio intervento nella loro lingua, breve ma complesso in un momento molto delicato per tutti.

A farla breve, con Giorgio e con Donato, Fiore e Claudio e Vincenzo – che garantivano a tutti la serenità necessaria per poter lavorare tranquilli – ci lega qualcosa che poi, in certe serate a Sarajevo o a Sidone, con Stefano ci siamo ritrovati a ricordare come momenti di forte intimità, qualcosa che capita credo se si è combattuto o navigato o scalato insieme.

Giorgio in questo libro si è raccontato spietatamente e per uno come lui che sembra sempre parli poco, guardi poco, ascolti poco appare singolare. Però a guardarlo meglio Giorgio guarda tutto, studia tutto, giudica tutto sempre e in ogni contesto. I suoi pareri tranchant, in diverse lingue molte delle quali sconosciute per noi, a me che sono affascinato e avvelenato dal dubbio facevano in certi momenti sorridere. Invidio alcun e sue certezze anche se so, e chi legge comprende, quanto le abbia pagate e come gli siano necessarie.

La storia di Giorgio è la storia di tanti uomini e donne che hanno deciso di uscire molto presto dalla loro vita ordinaria per cercare di fare qualcosa altrove. Al tempo stesso è una storia unica, originale e irripetibile come tutte le storie che ci capita di ascoltare. Soprattutto è una storia raccontata senza nascondersi dietro un personaggio.

Leggendo il libro di Giorgio mi risuonava alla mente qualcosa che avevo letto da qualche parte e che mi sembrava potesse inquadrare quelle pagine. Ho faticato un po’ ma ho ritrovato il libro in cui avevo letto quelle parole. Henry Miller le aveva scritte nel suo Tropico del Cancro. Se a volte, aveva scritto Miller, incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lagrime e bestemmie, sappiate che sono pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forti di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità.

 

 

 

                                                                                     Carlo Romeo

                                                                  Direttore Segretariato Sociale Rai

 

 

 

 

 

About the Author

Giorgio Trombatore

 

Giorgio Trombatore è nato a Catania il 12 marzo 1971. Si è laureato all’Università di Ragusa in lingue e letterature straniere, indirizzo afro-asiatico, con una tesi sulla rilettura del viaggio di Marlow, protagonista di Cuore di tenebre di Joseph Conrad. Da oltre sedici anni lavora nel Terzo mondo con organismi umanitari non governativi e con le Nazioni Unite, partecipando a progetti di cooperazione ed emergenza umanitaria post-conflitto e disastri naturali. E’ stato impegnato per oltre sette anni in diversi paesi africani tra cui il Mozambico, l’Angola, il Sudan, l’Eritrea, il Ruanda, il Congo e la Somalia. Nei Balcani ha lavorato in Albania e in Kossovo, in Asia ha prestato la sua opera in Indonesia, in Cambogia, in Corea del Nord, in Afghanistan e in Laos. Al momento vive e lavora in Etiopia.


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