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Zone Umide, manifesto del Neofemminismo di Charlotte Roche , è già un libro cult tra le ragazze tedesche.

by: bigmouth
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Charlotte Roche è una vj di successo, uno dei volti più noti del canale musicale tedesco Viva!, vincitrice nel 2004 del Gromme Price e conduttrice di riconosciuta professionalità e doti comunicative. Viene da chiedersi cosa mai l’abbia spinta ad addentrarsi in un argomento così poco “glamorous” come le manifestazioni corporee, la fisiologia della sessualità femminile e tutta una serie di tabù comunemente schivati nelle migliori occasioni sociali e non solo. Perché proprio di questo parla il romanzo, di una diciottenne che scopre e sperimenta il piacere sessuale in ogni sua forma. C’era davvero bisogno di un libro del genere? Non è questo il punto. Leggendolo si scopre che, diversamente dalle tesi di condanna di certe recensioni che si fermano alla superficie, Charlotte Roche propone più di uno spunto interessante. E già che ci siamo, ne approfitto per sottrarre l’autrice alle critiche che le sono piovute addosso da ogni parte.

Nel tentativo di classificare Zone Umide è stato coniato il genere del “porno-sanitario”: una definizione calzante, per quanto riduttiva. L’autrice infatti, attraverso racconti talvolta disgustosi e scioccanti, si scaglia contro l’ossessione delle donne di apparire sempre pulite e profumate, di allontanarsi da sé per inseguire un modello idealizzato e irraggiungibile di femminilità. L’intento ultimo è quello di innescare la riflessione e dunque il dibattito sull’immagine della donna e della sua sessualità proposta ed imposta nella società odierna: per questo motivo le recensioni su Zone Umide parlano di "neofemminismo".

Charlotte Roche smantella anche la rappresentazione dell’intimità che i media ci offrono: un’intimità patinata, asettica e competitiva (non a caso, infatti, si parla di “performance” anche nel sesso). Gli incontri fra la protagonista e i suoi partner, infatti, non danno luogo a rapporti perfetti fra corpi impeccabili; al contrario, si raccontano pratiche e umori che farebbero storcere il naso anche i più spudorati fra i lettori, in una rassegna di eccessi talvolta disgustosi ma mai fini a se stessi. Zone Umide, infatti,  è soprattutto uno strumento offerto alle donne per infrangere d’un tratto una serie di inibizioni sociali e, così facendo, liberarsi dagli imperativi di pudicizia e purezza. Ecco l’essenza del neofemminismo del romanzo. Un neofemminismo meno politico e più personale, più attento alla donna e al suo corpo, e in questo molto moderno. Come è evidente fin dalle prime, gli uomini e le donne vengono educati a due diversi concetti di igiene. Di qui l’esigenza di liberare le donne dalla schiavitù del proprio corpo, dai dettami di un’igiene compulsiva fatta di depilazione e artifici d’ogni sorta, dall’ossessione del sentirsi sempre sporche. Senza scomodare Germaine Green, Helen emerge come un eroina femminista laddove mette in discussione le convenzioni sociali più radicate e inventa regole nuove, capaci di tradurre con sincerità ciò che lei sente e ciò che lei è. Ciò nonostante il paragone con Salinger, avanzato da alcuni critici, sembra un po’ azzardato: il romanzo, pur contenendo forti elementi di rottura, non è totalmente rivoluzionario nella misura in cui riprende molti cliché della letteratura pulp. Se non altro, procedendo con la lettura ci si affeziona inaspettatamente alla protagonista: Helen è l’anti-Babi di Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia. L’una è estrema, sfacciata e problematica ma schietta; l’altra invece è angelica e irraggiungibile, ma tremendamente fissa e stereotipata. Come si è giunti a questi due estremi di eroine adolescenziali? Semplice: Babi è stata creata da un uomo, Helen da una donna. Il messaggio mi pare chiaro: forse Zone Umide è ciò di cui le donne avevano davvero bisogno.

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Bigmouthmedia

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